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TASTING A NAME: THE IMPACT OF FLAVOR NAMES ON ICE CREAM EVALUATIONS, AN IN-STORE EXPERIMENT AT RIVARENO

17 gennaio 2017

“If it sounds good and it feels good, then IT IS good!”

Duke Ellington

 Che impatto ha il nome del gusto del gelato sulle valutazioni sensoriali? E sulle vendite?

Il gelato artigianale è un prodotto made in Italy, riconosciuto nel mondo intero per la sua gustosità e racchiude al suo interno una lunga storia fatta di sapere artigianale, tradizione e passione. Sebbene la letteratura esistente tratti di teorie e studi riguardo il comportamento dei consumatori legati al cibo, essa manca di prove circa l’impatto che i nomi del gusto del gelato hanno sulle valutazioni post-consumo dello stesso. Francesca Pelizzola, con la sua ricerca empirica, ha voluto colmare il gap presente in letteratura analizzando più nel dettaglio alcuni comportamenti del consumatore scaturiti dal naming del gelato. L’esperimento è stato condotto presso RivaReno, nota gelateria artigianale italiana, ed  è consistito nella manipolazione del nome utilizzato nelle etichette dei gelati e nella somministrazione di questionari alla clientela per testare la variazione nelle valutazioni post consumo. Ciò ha permesso di ottenere evidenze statistiche che confermano le cinque ipotesi di ricerca formulate, dimostrando statisticamente che “dare un nome descrittivo al gusto di un gelato permette di migliorare le valutazioni sensoriali e la soddisfazione del cliente, nonché di aumentare le vendite”. Grazie a questa ricerca è stato dunque possibile formulare alcuni suggerimenti per i manager operanti nel settore del gelato artigianale, al fine di massimizzare la percezione di qualità e le vendite dei loro prodotti, nonché la soddisfazione dei loro clienti, facendo leva sulla variabile ‘nome’.

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L’auto elettrica alla conquista dei consumatori del futuro: Tesla Model U, l’auto dei giovani fatta dai giovani

4 ottobre 2016

“If something is important enough you should try, even if the probable outcome is the failure.”

Elon Musk, CEO Tesla Motors

In Italia il numero di auto ibride ed elettriche è aumentato rispettivamente del +41% e +26% nel 2015. La crisi economica ha causato un cambiamento significativo nel comportamento delle persone nei confronti dell’automobile, specialmente nelle grandi città dove c’è stata un transizione verso veicoli più sostenibili da un punto di vista ambientale. 

Il mercato delle auto elettriche ed ibride è dominato da un numero ridotto di grandi imprese: Tesla Motors, Toyota, Honda e Nissan. Tra i big player, Tesla Motors è la sola a produrre e commercializzare unicamente EVs (Electric Vehicles).

Tesla Motors nasce nella Silicon Valley a Palo Alto nel 2003, fondata da Elon Musk e JB Straubel. E’ un’azienda automobilistica che ha l’obiettivo di creare veicoli elettrici di lusso e ad alte prestazioni. Fino al 2015, il suo parco auto era composto da soli due modelli, Tesla Model S e Tesla Model X, superberline elettriche destinate ad un target alto spendente.  Il 31 marzo scorso, Elon Musk inizia la rivoluzione del mercato delle auto elettriche con l’introduzione del suo terzo modello, Tesla Model 3, berlina ad alte prestazioni con prezzo accessibile, raggiungendo così l’obiettivo di proiettare il marchio anche nel mercato del largo consumo.

Tesla però non ha ancora raggiunto la fascia dei più giovani, che in futuro saranno coloro su cui si giocherà il destino del mercato delle auto elettriche: infatti ben l’81% dei 14enni dichiara che prevede di acquistare una EV e che sono più attenti alla sostenibilità ambientale.

Da qui nasce l’idea della ricerca di Deborah Bicego, Alessandro Calzetti e Elia Milani: la scelta di lanciare “Tesla Model U (The Urban Tesla)”, una city car di lusso con prezzo accessibile anche ai più giovani, permettendo così all’azienda di Elon Musk di ingaggiare il target del futuro.

Al fine di ottenere una risposta positiva da parte del mercato, si è cercato di capire quali potessero essere le caratteristiche di una “perfetta” city car elettrica per il target considerato, in modo da offrire loro una value proposition irresistibile.

Smarthome – il settore della Domotica in Italia

6 settembre 2016

“Le case sono fatte per viverci, non per essere guardate”

Francis Bacon

Il settore della Smarthome ha registrato una forte crescita negli ultimi anni, sostenuta in modo particolare dalla diffusione dell’Internet of Things. Tali tecnologie hanno permesso di rendere le nostre case più sicure ed efficienti, impattando fortemente sul rapporto tra individuo ed abitazione e rivoluzionando la gestione della vita domestica. Nel presente lavoro Carola Bocchio, Sara Carnevali ed Andrea Giovanni Mundo hanno approfondito l’analisi del settore della domotica in Italia e, attraverso l’utilizzo di tecniche statistiche e la creazione di cluster di intervistati, hanno indagato quali siano attualmente i più importanti driver che guidano la scelta di un impianto domotico.In particolare, è stato assunto il punto di vista dell’azienda ABB, multinazionale operante nel settore delle tecnologie per l’energia e l’automazione, al fine di analizzare il livello di awareness e il posizionamento dell’azienda in Italia e mettere in luce alcune strategie perseguibili per riuscire a rispondere al meglio alle esigenze di questo mercato in continua evoluzione.

Luxury headphones: Quality vs Design

15 agosto 2016

“Concedetemi il lusso, e chiunque può tenersi il necessario.”

Oscar Wilde

Come cambiano le abitudini del consumatore quando la tecnologia incontra il lusso?

Il mondo dell’hi fi è caratterizzato oggigiorno da alta specializzazione, alte prestazioni e, soprattutto, forte competizione. Le aziende più forti che producono e commercializzano Luxury Headphones sono poche e, di anno in anno, cercano di aggiudicarsi nuovi vantaggi competitivi e fette di mercato. Ciò che le differenzia, aldilà degli attributi tecnici e le prestazioni, è sostanzialmente il posizionamento del loro brand sul mercato e, di conseguenza, nella mente del consumatore.

Con questa ricerca Selena Chen, Anna Orlandi e Alessandro Santomaggio hanno cercato di identificare quali sono le aziende leader nel settore, le percezioni ed associazioni ai brand più forti, i driver di scelta che guidano il consumatore nella scelta del prodotto e come cambiano le abitudini di consumo e di ascolto degli utilizzatori a seconda dell’età, il tutto partendo da una ricerca meramente qualitativa per arrivare ad un’analisi statistica dei dati raccolti.

Il risultato è stata una divisione e profilazione del mercato target in cluster di consumatori omogenei all’interno ma con esigenze, preferenze e gusti diversi tra loro.

Grazie a questa ricerca è stato inoltre possibile individuare quelle lacune del mercato in esame che permetterebbero alle aziende di inserirsi in modo vincente: i 3 studenti hanno così completato la ricerca sviluppando implicazioni manageriali, proponendo esempi di nuovi prodotti e attività di marketing strategico.

Canile o Allevamento?

5 luglio 2016

“Non c’è fedeltà che non tradisca almeno una volta, tranne quella di un cane.”

(Konrad Lorenz)

“Fissa il tuo cane negli occhi e tenta ancora di affermare che gli animali non hanno un’anima.”

(Victor Hugo)

 

In Italia sono circa 150.000 i cani che vivono in canili che, spesso, rappresentano per loro vere e proprie prigioni, in condizioni di vita pessime e in spazi totalmente inadeguati. Nasce da qui l’urgenza di trovare nel più breve tempo possibile una famiglia che poso accoglierli e donare loro una nuova vita.
In questa ricerca Aura Di Flaviano, Marco Moavero e Marika Saponari propongono alcune idee che hanno come obiettivo quello di aumentare le adozioni presso i canili.
A tale scopo, vengono identificati cluster di individui sulla base dei driver di scelta di un cane per capire quali sono quelli che più degli altri vanno sensibilizzati sull’argomento. Successivamente, vengono suggerite alcune proposte per migliorare l’esperienza degli individui nel processo di adozione presso un canile, lavorando sugli elementi che incidono maggiormente sul livello globale di soddisfazione.

Il futuro dei ricavi da gara nel calcio italiano: un’analisi empirica

22 giugno 2016

“Non c’è niente di più triste di un pallone sgonfio…”

Pelè

Nel contesto italiano i ricavi da gara rappresentano una quota pari al 10% del fatturato totale delle società di Serie A, una percentuale ridotta se confrontata con i dati delle altre top league europee e con quelli relativi alle altre voci di ricavo. La sproporzione tra tali componenti e la dipendenza dalla vendita dei diritti ai Media sono fattori di instabilità del sistema, e le società di calcio professionistico sono alla ricerca di soluzioni valide per riportare l’equilibro nel fatturato e, contestualmente, i propri tifosi allo stadio.

Con il presente progetto Chiara Cappellari si propone di comprendere quali siano le cause del fenomeno e quali possano essere le azioni manageriali da implementare per contrastare il basso riempimento degli stadi del nostro Paese.

Da una prima analisi è emerso che i prezzi attuali risultano essere mediamente elevati per i consumatori, e che dunque sarebbe opportuno per il management ridefinire il proprio sistema prezzi, sia in relazione al singolo biglietto sia con riferimento alla creazione di nuovi “pacchetti”.

La ricerca si è poi rivolta all’individuazione dei principali driver di soddisfazione dei tifosi, che sono risultati essere la qualità dello spettacolo offerto, la sicurezza garantita durante le manifestazioni sportive e la visibilità dalle postazioni allo stadio. Il management potrebbe colmare i gap esistenti investendo nel lungo periodo su tali aspetti e disegnando risposte appropriate: dalla progettazione di nuovi e moderni stadi, alla formazione di steward preparati e tifosi responsabili, all’offerta di un calcio di qualità ed eventi complementari

L’estensione di marca verso il settore alberghiero, brand di lusso versus brand di fast fashion, il caso Zara.

30 maggio 2016

Quando entri in una stanza d’albergo e chiudi la porta, sai che c’è un segreto, un lusso, una fantasia.

(Diane von Furstenberg)

Al momento gran parte della popolazione non può permettersi di comprare il lusso sotto ogni forma, non si può permettere costantemente di comprare vestiti di alta moda o aspirare ad una notte in una delle camere di questi hotel firmatissimi.

Tuttavia vi è una soluzione abbastanza ragionevole: oggi giorno se non si può acquistare un completo da Armani ci si può recare, per esempio, da Zara e cercare qualcosa di simile; non sarà esattamente lo stesso modello, la qualità certamente non è la medesima, ma il cartellino con il prezzo sorride e per l’effetto che farà il vestito ne varrà senza dubbio la pena.

L’aspetto rilevante di questa tipologia di acquisti è che provocano nel consumatore la sensazione di essere smart: il consumatore sente di aver fatto un “affare” perché riesce generalmente a spendere una cifra ragionevole ma ad ottenere quello che vuole.

Nel settore alberghiero non si trova un corrispettivo di offerte come Zara per l’abbigliamento: esistono più che altro una serie di hotel dai nomi più o meno sconosciuti al cliente e non molto rassicuranti, mentre il valore di brand come Zara potrebbe offrire la sicurezza di una value proposition credibile e affidabile.

Partendo quindi da questi presupposti nasce l’idea della ricerca di Caterina Braguzzi: e se Zara creasse un hotel? Armani l’ha fatto; Bulgari nella stessa maniera.

Armani e Bulgari sono simbolo del lusso mentre Zara è l’emblema di questo atteggiamento del consumatore (nonché una marca con elevata brand awareness e di valore), allora perché non potrebbe creare un hotel in grado di democratizzare un’esperienza di soggiorno che rispetti le condizioni sopra citate e che oggi non trova una simile offerta nel mercato?

Attraverso questo lavoro si è cercato di capire se questo modello di business potesse essere di successo anche per un brand agli antipodi del lusso.